







Chi conosce il nome segreto di un dio, di una città, di una persona e sappia declamarlo, evoca il corrispondente spirito, ne è quasi padrone. Di qui la necessità di tenere nascosto il vero nome affinché gli uomini o spiriti cattivi non ne approfittino; di qui la necessità di un nome falso che serva per la comune designazione.
Dolores Prato, Roma, non altro, Quodlibet, 2022
Quasi un anno fa, in occasione della Notte Bianca di Villa Medici, Andrew Iacobucci ha ideato un workshop dedicato a bambini e bambine il cui punto di avvio era stata l’osservazione della grande statua della Dea Roma, collocata nei giardini della Villa e da sempre rappresentata e fotografata dai residenti, sin dai primi anni dell’Ottocento.
A partire da un momento di riflessione sull’idea di copia e di interpretazione, i piccoli partecipanti avevano modellato con la plastilina ecologica e secondo la propria visione questa figura e altre divinità, forme e paesaggi variamente ispirati al contesto in cui si trovavano. Come spesso accade, mentre si modella, si chiacchera, si raccontano storie e un po’ si sogna: così le figure gradualmente si trasformavano anche in anche altro: un essere alato da Nike può diventare un robot, o una fata, ad esempio.
Conservate dall’artista, come fossero un potenziale campionario di segni, le sculture sono state ulteriormente rielaborate, isolandone alcuni particolari o ricomponendole. Successivamente sono state fotografate su un fondo neutro e stampate in grande formato. Petit Panthéon, la figura che presta il titolo alla mostra, è stata invece modellata in creta e poi fusa in bronzo lucidato. In questi passaggi di stato, di grandezza e di medium, l’oggetto iniziale si perde e muta il proprio significato.
Come è consueto per Andrew Iacobucci, una forma trovata – un disegno infantile, una cifra, un segnale stradale, un codice di colore – diventa un segno e si offre pertanto a una nuova interpretazione. Entra a far parte dell’archivio in progress di trascrizioni di segni trovati, raccolti e risignificati a cui l’artista attinge per comporre le proprie opere, e attraverso le successive trascrizioni e mutamenti di stato o di medium, diventa parte del suo linguaggio.
In questo caso il processo di traslitterazione è operato a partire dal piano dell’interpretazione: le piccole sculture non solo vengono ingrandite e fotografate, ma acquisiscono un nuovo nome. Indicare con un nome significa distinguere e designare un oggetto o una persona. Il primo atto conoscitivo, un modo di comprendere il mondo e non a caso in diverse religioni nominare è la prima azione compiuta dall’essere umano – ciò che, in altre parole, ne costituisce la specificità e identità.
Così, in questa mostra, Chimera, Bodhisattva, Olimpo, Amon Ra, Una sorta di analogo femminile del complesso di Edipo (azzardiamo: Elettra?), Petit Pantheon e finanche il gabbiano de Le cose restano ostinatamente nella loro ironica identità trovano, nel titolo, il il nome segreto che, una volta pronunciato, trasfigura le piccole sculture e ne fa degli idoli. Delle cose magiche e profetiche.
IUNO e Andrew Iacobucci ringraziano Valentino Danilo Matteis
Andrew Iacobucci (1986) vive e lavora a Roma. La sua ricerca si ibrida con l’architettura, da cui ha ereditato la capacità del segno di delimitare e costruire lo spazio; con la moda, dove trame e sfumature diventano elementi pittorici della composizione e con la semiotica, reinterpretando i codici del linguaggio in una chiave priva di finalità scientifica. I suoi lavori sono stati esposti recentemente a Hong Kong presso Novalis Art Gallery e ha condotto performance e laboratori a Roma presso l’Accademia di Francia a Villa Medici e la Fondazione Nicola del Roscio.







